Continua la lotta tra le opposizioni al regime di Sanaa, capitale dello Yemen, che in questi giorni è stata protagonista di violente proteste, molte volte represse nel sangue. Ad alimentare le tensioni anche ingerenze di paesi terzi, interessati al controllo strategico della regione. Per quali motivi? Quel’è inoltre il futuro dell’Egitto, dopo le manifestazioni di piazza nei mesi scorsi?

a cura di Luca Bellusci

Lo Yemen rappresenta un paese di grande rilevanza strategica, soprattutto per la sua posizione geografica, considerando il basso livello di risorse naturali presenti nel territorio. Ma proprio la sua posizione lo rende importante per il controllo delle rotte marittime commerciali tra Mediterraneo e Oceano Indiano e per quanto riguarda il fenomeno migratorio dall’Asia verso il continete africano; inoltre risulta essere ancora oggi una delle basi operative della rete terroristica di al-Qaeda.

Lo Yemen, secondo la costituzione del 1991, è una repubblica presidenziale. Anche se in teoria il sistema politico è basato sul pluralismo politico, il Congresso generale del Popolo, il cui leader è il presidente Saleh, è da decenni il partito dominante. Questo status quo ha generato nel corso degli anni un malcontento tra igruppi minoritari, rappresentati per lo più dagli sciiti, che più volte hanno avanzato richieste di autonomia amministrativa al governo centrale, spesso supportati da paesi quali Iran, Siria e Libano. Il conflitto in Yemen ha radici antiche. Dal 2004, i ribelli di Abdul-Malik al-Houti, leader spirituale della setta dei Zaidi,combattono il governo centrale di Sa’ana. Gli sciiti controllano la provincia settentrionale di Sada’a, nello Yemen settentrionale, al confine con l’Arabia Saudita. Al-Houti e i suoi sostengono di essere sistematicamente colpiti dal governo per motivi religiosi. Il conflitto tra i guerriglieri sciiti e l’esercito prosegue fino al biennio 2007-2008, quando una mediazione del Qatar sembra porre fine alle ostilità. Queste ultime, però, ricominciano nel 2008 e, il 15 agosto 2009, deflagrano in un conflitto su vasta scala.

Parte l’operazione “Terra Bruciata” dell’esercito yemenita, che impiega fanteria e aviazione per spazzare via i ribelli. I miliziani in fuga sconfinano in Arabia Saudita e, il 3 novembre 2009, uccidono una guardia di frontiera di Riad. La reazione dell’Arabia Saudita fu immediata. L’esercito della famiglia reale al-Saud da inizio a violente operazioni militari contro i ribelli: almeno 130 militari sauditi hanno perso la vita nei combattimenti, mentre sono circa 4mila le vittime civili nella provincia di Sada’a.

Oggi, con il mondo arabo in rivolta, sono ritornate le proteste anche nello Yemen: la battaglia, in corso da due giorni e ripresa nella capitale, ha coinvolto le forze di sicurezza fedeli al capo dello stato e i sostenitori di Sadek al-Ahmar, un capo di un influente clan appoggiato a quanto sembra da altri leader tribali. Gli scontri sono iniziati nella giornata di lunedì, all’indomani dell’ennesima beffa messa in atto da Saleh ai danni dell’opposizione e dei mediatori del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) che da settimane stanno inutilmente cercando una soluzione alla grave crisi innescata dalle proteste popolari contro il regime. Saleh si era detto pronto a sottoscrivere il piano messo a punto dal Ccg, che in sostanza prevede una sua uscita di scena in cambio dell’immunità, l’insediamento di un governo di unità nazionale e libere elezioni.

Tuttavia, il capo dello stato all’ultimo momento si è rifiutato di sottoscrivere il documento, sostenendo che lo avrebbe fatto ma solo alla presenza di esponenti dell’opposizione, che pure avevano già firmato il giorno precedente. Un cavillo per mantenere la situazione sotto controllo, in attesa di sviluppi nel processo di mediazione in cui sono coinvolti Stati Uniti, Arabia Saudita e Paesi del Golfo. Di contro ci sono le pressioni di alcuni paesi, con in testa l’Iran, che supportano le proteste della minoranza sciita, in un’ottica di sviluppo dell’influenza regionale, a scapito dell’acerrimo nemico rappresentato dall’Arabia Saudita.

In Egitto la situazione è in continuo mutamento. ”Sono molto preoccupato per l’esito delle prossime elezioni politiche nel mio paese”, così Naguib Sawiris, presidente esecutivo del gruppo Orascom Telecom Holding e presidente di Wind, nel suo intervento alla fine dei lavori del workshop Aspen ”From Arab spring to Arab winter? Regional Trends and implications for business”, parlando delle prime elezioni democratiche in Egitto.

”Abbiamo due ordini di problemi. Cominciamo da quelli economici: la produzione industriale è scesa del 25%, il turismo del 30%, abbiamo bisogno di 12 miliardi di dollari, il presidente degli Usa, Barack Obama, si è impegnato per un miliardo, speriamo che anche l’Europa faccia la sua parte”, ha spiegato Sawiris.

Dopo la cacciata dell’ex Rais, Hosni Mubarak, ora imputato dal Tribunale del Cairo con tre capi d’accusa che potrebbero portarlo alla pena capitale, l’Egitto si trova a dover fronteggiare una crisi interna molto pericolosa rappresentata da divisioni settarie e partitiche che rischiano di compromettere l’iter verso le prossime elezioni. Lo socontro interconfessionale tra copti e e musulmani, le rivalità ideologiche tra i vari partiti che hanno partecipato alle proteste di piazza, il difficile compito di mediare con gli altri attori regionali e le relazioni con Israele sono tutti elementi che mettono a rischio la stabilità dell’intera regione. Ora il passo successivo è quello di rivitalizzare l’economia del paese, ormai in caduta libera a causa delle grosse perdite dovute ai mancati introiti generati dal settore turistico, in calo del 46% secondo le ultime stime. Proprio l’instabilità economica e finanziaria ha generato una depressione che è sfociata nelle proteste dei mesi scorsi.

Anche lo scenario politico sembra contraddistino da un sostanziale blocco, dovuto in parte alla rivalità che coesiste tra i movimenti dei giovani intellettuali egiziani e una frangia del moviemnto dei Fratelli Musulmani, che ha acquistato maggiore importanza dopo il ritiro di Mubarak. La rinascita del movimento islamico in Egitto è un fattore di cui tener conto, considerando le storiche alleanze con USA e Israele, che hanno contraddistinot gli ultimi decenni. Ora, la nuova generazione di politici e intellettuali chiede una revisione di queste alleanze a favore di maggiori vantaggi per il paese, come nella vicenda della svendita di gas a Tel Aviv. Ma anche le relazioni con gli USA potrebbero essere ridefinite. Proprio per questo motivo il presidente Obama ha voluto inaugurare un programma di aiuti economici e finanziari per garantire una continuità nei rapporti diplomatici.

Di fatto le prossime elezioni saranno un punto di svolta nelle relazioni internazionali di molti paesi e al contempo definirà nuovi equilibri regionali, con il rischio di compromettere la difficile questione arabo-israeliana ma non solo.

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