[ DOSSIER ]

In occasione della giornata internazionale del cioccolato è importante fare chiarezza sulla reale situazione del mercato del cacao, definito dalle borse finanziarie internazionali ancora come ‘bene coloniale’.
 
di Luca Bellusci e Michele Lilla
 
 
Un seme che vale oro, come i diamanti per la Liberia, come il petrolio per l’Arabia Saudita, questo è il cacao per la Costa d’Avorio. Tonnellate di semi di cacao spediti ai cinque angoli del mondo, miliardi di tavolette, non un solo pezzo di cioccolata per il paese degli elefanti. L’analisi che segue tenta di dare qualche informazione in più sulla storia del cacao, partendo dal seme e la terra che lo nutre, fino ad arrivare al suo mercato globale e al paese numero uno al mondo per produzione: la Costa d’Avorio appunto.
 
 
Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, dati alla mano è il primo produttore di semi di cacao al mondo, con più del 40% della produzione, quasi 3 miliardi di euro di cacao grezzo esportato per lo più sul mercato europeo ma nessuna infrastruttura di trasformazione in loco che possa realmente distribuire ricchezza alla nazione.
 
 
La filiera del cacao è molto complessa, prima che diventi cioccolato il seme subisce un lungo processo di lavorazione, ma nello stato africano i passaggi sono appena due, dai coltivatori delle piccole cooperative a intermediari che esporteranno i semi vendendoli alle grandi multinazionali del settore. Non è facile capire come la stella più luminosa dell’Africa occidentale fino al 2002, negli ultimi dieci anni abbia subìto un’involuzione. Le cause sono da ricercare nel neo-liberismo e nella sfacciata azione neo-coloniale della Francia padrona e predona.
 
 
Facciamo un passo indietro, fino al 1999 gli ivoriani hanno cercato di costituire, in piena autonomia e autodeterminazione, una filiera che tutelasse quanto più possibile i piccoli produttori, con la creazione della ‘Cassa di stabilizzazione del cacao e del caffè’. La Cassa aveva il compito di stabilire un prezzo intermedio tra i produttori e gli operatori, al fine di stabilizzarne i prezzi.
 
 
Grazie a questa politica lo stato ivoriano diventò un esempio per l’Africa, portando la Costa d’Avorio ad essere il primo paese produttore al mondo dei semi di cacao. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale rimossero in seguito l’istituto, con la giustificazione che il sistema fosse corrotto e obbligando la Costa d’Avorio a sottostare alla deregolamentazione neo-liberista di questi due organismi sovranazionali.
 
 
Ingerenza straniera in Costa d’Avorio
Negli anni seguenti con l’elezione del presidente Gbagbo nel 2000, il governo ivoriano ha tentato di riprendersi quell’autonomia perduta, ma più volte la sovranità territoriale è stata minacciata dalla comunità internazionale. Il nord del paese è stato quasi immediatamente invaso da gruppi di ribelli, molti dei quali mercenari dei paesi africani confinanti, come Burkina Faso e Mali, che appoggiavano l’ex funzionario del Fmi Alassane Ouattara, candidato presidente con il beneplacito della Francia. Nel 2002 il governo francese tentò un colpo di stato, poi fallito, contro il presidente Gbagbo, che solo il grande consenso popolare riuscì a far rimanere a capo del governo.
 
 
Nel novembre del 2004, dopo il fallimento dell’accordo di pace con i ribelli, Gbagbo ordinò attacchi aerei contro le roccaforti a nord del paese. Durante un incomprensibile attacco nella città di Bouaké, sede di un campo di addestramento dell’esercito francese, furono uccisi nove soldati transalpini. Il governo ivoriano dichiarò che si trattava di un errore, ma i francesi sostennero che fosse stata un’azione deliberata e, in risposta, decimarono l’aviazione ivoriana bombardandola, dando più di un aiuto alle forze ribelli in seria difficoltà fino a quel momento. In seguito, a fronte di indagini autonome svolte dai legali rappresentanti delle nove vittime francesi, è trapelata una nuova versione dei fatti secondo la quale l’ordine di attaccare la postazione francese non venne dal governo di Gbagbo, ma proprio dai servizi segreti del paese transalpino (vedi documentario RAI, La Francia in nero).
 
 
Da quell’episodio sul paese africano si è abbattuta la scure della guerra civile. La mancanza di controlli e sicurezza nelle zone delle grandi piantagioni e una sovranità territoriale compromessa, hanno scatenato forti sospetti sulla getione della produzione di cacao, principale fonte di reddito per il paese.
 
 
La svolta è avvenuta dopo le sanguinose e incerte elezioni del 2010 che hanno visto vincere Ouattara su Gbagbo. Il presidente uscente contestò i risultati e, solo dopo l’intervento della Francia sotto l’egida Onu (risoluzione 1975/2011) e il suo arresto, riuscì a salire al potere il presidente Alassane Ouattara. Il neo presidente diede immediatamente il via a nuove politiche del cacao votate tutte al piacere delle grandi multinazionali, varando nel maggio 2012 la nuova “Riforma della filiera del Cacao e del Caffè della Costa d’Avorio”.
 
 
Un mercato da miliardi di dollari in mano a pochi
Come accennato prima, la Costa d’Avorio rappresenta la principale fonte di approvvigionamento per l’industria mondiale del cacao (vedi Production – Latest figures from the Quarterly Bulletin of Cocoa Statistics, ICCO). Questo fattore determina una forte concentrazione di interessi e capitali da parte delle multinazionali, soprattutto europee, che guardano ai paesi della cosiddetta ‘costa d’oro’ come principali partner produttori, sia per prossimità geografica sia per quanto riguarda i costi di produzione. Solo la Costa d’Avorio produrrà entro la fine del 2012, secondo una stima dell’International Cocoa Organization (ICCO), circa 1410 tonnellate di semi di cacao.
 
 
L’ICCO monitora il mercato mondiale del cacao è costituisce il massimo organo di controllo su tutta la filiera di produzione. Costituitasi nel 1973, l’International Cocoa Organization ha sede a Londra, in prossimità della City, e funge da organismo sovranazionale tra i paesi esportatori e quelli importatori. Sebbene sia attivo da diversi anni, questo organismo non è stato in grado di prevenire con tempestività alcuni fenomeni di sfruttamento riconducibili ad una politica neo liberista da parte dei paesi importatori.
 
 
Solo nel 1993, prendendo spunto dalla risoluzione 93 (IV) delle Nazioni Unite (‘The Spirit of Cartagena’), l’ICCO assume il ruolo effettivo di osservatorio tra produttori ed esportatori di cacao. Nel 2001 viene redatto il protocollo Harkin-Engel per fronteggiare il fenomeno sempre più dilagante del lavoro minorile nelle piantagioni di cacao: l’accordo definisce gli obiettivi da raggiungere in un determinato arco temporale per uniformare gli standard di produzione e garantire il rispetto dei diritti dei lavoratori. Il protocollo viene sottoscritto dai paesi produttori, importatori e dalle multinazionali che operano nel settore, assieme a diverse ONG.
 
 
La piaga del lavoro minorile in Costa d’Avorio
Nell’ultima riunione del 2010 per monitorare l’avanzamento dei lavori, la commissione del Payson Center della Tulane University (USA), incaricata dai firmatari del protocollo Harkin-Engel, descrive ancora come molto preoccupante la situazione del lavoro minorile, con particolare attenzione ai paesi della Costa d’Avorio e del Ghana. Alcuni degli obiettivi fissati dal precedente protocollo vengono parzialmente o del tutto disattesi e un nuovo accordo fissa un traguardo assai più ambizioso, la riduzione del 70% del lavoro minorile entro il 2020.
 
 
Nel 2011 circa 1,8 milioni di bambini sono stati impiegati nelle piantagioni di cacao africane, con ritmi di lavoro massacranti, spesso senza alcuna paga. Quest’ultimo dato evidenzia come ci sia solo un formale impegno al contrasto dello sfruttamento minorile nelle piantagioni di cacao in Africa da parte delle multinazionali, ma in sostanza i fondi destinati risultano insufficienti e mal gestiti. (The Cocoa Protocol: Success or Failure?, International Labour Rights Forum, June 30, 2008).
 
 
L’evidente mancanza di controllo sulla filiera del cacao è stata più volte denunciate dalle varie ONG, anche attraverso documentari video che hanno mostrato come lo sfruttamento minorile in Costa d’Avorio sia sistematico e fluente, anche grazie all’instabilità politica derivata da una devastante guerra civile conclusa solo nel 2011 (The Darkside of Chocolate, Miki Mistrati, 2010).
 
 
 
Riciclaggio dell’etica di consumo
Per ovviare alle numerose critiche circa lo sfruttamento del lavoro minorile, diverse multinazionali del cacao negli ultimi anni hanno finanziato progetti per un ‘restyling’ della propria immagine. Una delle organizzazioni più attive nel monitoraggio e certificazione dei prodotti di largo consumo è Fair Trade, con sede principale a Bonn in Germania. Questa organizzazione monitora in modo scrupoloso la filiera di diversi prodotti, garantendo la certificazione equo e solidale solo a coloro che rispettano degli standard ben precisi.
 
 
Purtroppo, questi standard sono tuttora molto bassi per affermare che questo strumento di certificazione funzioni e garantisca un prodotto realmente sostenibile sotto tutti i punti di vista. Come funziona la certificazione Fair Trade? L’organizzazione internazionale rilascia la propria certificazione a tutte quelle aziende che ‘garantiscono’ come equo e solidale almeno il 20% del prodotto finale (10% per Fair Trade USA), una percentuale troppo bassa per potere parlare di filiera trasparente.
 
 
Ma evidentemente per molte multinazionali questi bassi standard sono funzionali in termini di mercato: un prodotto certificato Fair Trade ha più appeal sul consumatore rispetto ad un altro. Ma in termini reali questa certificazione non garantisce un reale rispetto delle regole.
 
 
Per fare solo un esempio, i prodotti di cacao certificati Fair Trade Italia sono diversi, ma solo uno proviene dalla Costa d’Avorio, ripetiamo primo produttore mondiale. Si riscontra perciò una strana anomalia di mercato nella quale una multinazionale come la Nestlé ha la certificazione ‘equo e solidale’ di Fai Trade per diversi prodotti dolciari provenienti soprattutto da paesi sudamericani, mentre dalla Costa d’Avorio non ha alcun prodotto certificato Fair Trade in Italia, eppure uno dei più grandi stabilimenti della Nestlé è proprio in Costa d’Avorio.
 
 
La complessa organizzazione del mercato equo e solidale ha perciò molte zone d’ombra, ed è per questo motivo che molte organizzazioni operanti da anni nel settore cercano strade alternative a quella di Fair Trade, più mirate sulle realtà locali, sviluppando reti commerciali con partner medio-piccoli per sviluppare un mercato realmente sostenibile per i produttori di cacao.
 
 
Oggi si celebra la giornata mondiale del cacao ed è un’occasione in più per dare un segnale forte alle multinazionali: applichiamoci! “Il semplicismo, il non voler vedere né sentire altro che i tamburi di guerra, consente di credere che al mondo non esistano altri problemi o, perlomeno non così importanti, e che l’unico problema del mondo sia la guerra contro il terrorismo. La guerra contro il terrorismo è in effetti un problema, ma solo uno dei tanti. Ma poiché lo si presenta come il più importante – se non l’unico – gli altri, non meno essenziali, passano in secondo piano” (R. Kapuściński).
 

L’acqua come strumento della politica turca: analisi geopolitica del Guneydogu Anadolu Projesi (GAP)

di Luca  Bellusci – Italian Center for Turkish Studies (ICTS)

Abstract
Esattamente come l’economia di sussistenza, anche l’isolamento politico fa parte del passato. Dopo la guerra fredda, e la relativa ibernazione delle relazioni turche con i vicini mediorientali, Ankara si è accorta delle potenziali risorse che potrebbe mettere in campo per conquistare un ruolo da protagonista nella regione medio orientale e non solo. La politica di aggiustamento strutturale che la Turchia sta adottando in questi ultimi anni è tesa da un lato a creare le condizioni necessarie per poter competere con gli altri attori regionali e dall’altro a realizzare gli obiettivi del programma economico di pre-adesione all’UE, presentato nell’aprile scorso. Tra i vari progetti, quello per lo sviluppo dell’Anatolia Sud Orientale (GAP) è sicuramente il più ambizioso e non solo in termini di cifre investite, ma anche per le ripercussioni geopolitiche che ne potrebbero scaturire.

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La chiusura del Demokratik ve Toplum Partisi: un’opportunità per rilanciare il processo di riforme

di Luca Bellusci – UPSIDETOWN/Equilibri

Abstract

L’11 dicembre 2009 la Corte Costituzionale di Ankara ha decretato, dopo quasi due anni di indagini, la chiusura del partito del Demokratik ve Toplum Partisi (DTP), l’unica vera rappresentanza politica della minoranza curda in Turchia. Nei giorni successivi si sono registrate diverse manifestazioni di protesta contro la decisione e nel sud est turco ci sono stati violenti scontri che hanno fatto salire la tensione sociale. Nell’attuale contesto perciò sembrerebbe tenere banco il movimento delle cosiddette “destre”, da una parte di matrice kemalista, dall’altra curda separatista, che hanno sempre ostacolato le proposte del governo per risolvere la questione legata alla minoranza etnica. Ma la chiusura del DTP potrebbe rilanciare un nuovo processo di riforme.

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TURCHIA (Speciale Donne): Buone le premesse, modesti i risultati

di Luca Bellusci – Osservatorioiraq.it

La Turchia è un laboratorio politico e sociale molto interessante. Negli ultimi dieci anni, il paese ha avuto una crescita economica senza precedenti e ha adottato importanti riforme strutturali, sia sul piano legislativo che giudiziario. La questione di genere, nonostante gli sforzi fatti fin qui dalle istituzioni turche, rimane però un tema ancora poco discusso perché avvenga un reale cambiamento nella società.

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LIBIA, LE VERITA’ NASCOSTE

libiaDi Luca Bellusci May, 09, 2009

PREMESSE
1. PERCHE’ LA LIBIA
2. LA SITUAZIONE LIBICA
3. LA POLITICA ITALIANA: La Convenzione di Dublino
4. LA SITUAZIONE ATTUALE

PREMESSE

Il caso della nave Pinar, rimasta a largo delle coste siciliane per diversi giorni, è stato il simbolo della crisi umanitaria che sta affliggendo il Mediterraneo. Il Governo italiano ha intrapreso una politica tesa a debellare il fenomeno migranti tramite espulsione dirette ed immediate verso i paesi di origine. Il vicepresidente della Commissione Ue Tajani, a margine della sessione plenaria dell’Europarlamento dello scorso 7 aprile, ha commentato positivamente la decisione della Libia di prendersi cura degli immigrati soccorsi nel canale di Sicilia. Della questione deve farsi carico l’Europa e i suoi Stati, ha sottolineato, e non può essere risolta bilateralmente fra Italia e Malta.

Leggi il dossier:

GEODOSSIER – LIBIA

Leggi l’ultimo articolo:

Gli interessi italiani in Libia: un posto al sole che non c’è

Guarda la mappa dei centri di detenzione in Libia: http://maps.google.it/maps/ms?hl=it&ie=UTF8&oe=UTF-8&msa=0&ll=31.184609,14.018555&spn=8.566674,14.80957&z=6&om=1&msid=103864672291339960983.00043cb18e78fd4555dbc


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